C'era una volta una indicazione morale: ti stai mettendo sulla cattiva strada. Una netta indicazione dal retrogusto biblico-morale che usciva dalla bocca senza rossetto di zie, nonne e catechiste pronunciata sul cancello dell'Oratorio o in un salotto un po' pesante ma familiare. I centrini sul comò e le immaginette erano lì a metterti in guardia. E tu ondeggiavi tentato dal profumo di zolfo e preso dal brivido di uscir di casa un po' ribelle un po' vagabondo.
Alla parata militare Sputò negli occhi a un innocente E quando lui chiese "Perché " Lui gli rispose "Questo è niente E adesso è ora che io vada" E l'innocente lo seguì Senza le armi lo seguì Sulla sua cattiva strada
Qui però il poeta anarchico aggiunge qualcosa perché il soggetto non è più in dubbio, ha imboccato la cattiva strada con decisione e sfrontatezza. Un anticonformista e maleducato che però attira.
dopo un paio di mesi mi sento un po' in colpa a non aver pubblicato più nulla
scartabello il mio pozzo alla ricerca di qualcosa da condividere
e dato che inizia a finire la mia stagione nel fondo del secchio
raccolgo nostalgia e pezzi di sentimento in un esame di coscienza poco cattolico e semmai rapsodico
apro iutub e mi trovo davanti un pezzo commovente e divertente
Non resisto alla tentazione di pubblicare questa canzone. L'Italia ha quasi sempre avuto dei poeti ufficiali: Carducci, Pascoli, Montale... ed ora? Uno c'è ma non fa il poeta: è un cantautore. Inutile negare che i cantautori italiani degli ultimi 70 anni abbiano soppiantato la funzione sociale della poesia. Ormai i loro testi si studiano a scuola (non senza molti rischi). A loro abbiamo affidato il genio della narrazione comune. Li cantiamo insieme sottotono o a squarciagola sotto la doccia, in macchina e insieme quando vogliamo essere uniti. Ne impariamo a memoria le strofe e chi ha il dono di suonare la chitarra ricercando gli accordi come magie per riprodurre quelle sensazioni.
Il mio preferito è (e credo rimarrà) Francesco Guccini. Mi ha entusiasmato per la sua portata di critica sociale, mi ha fatto sbellicare con la sua ironia da comico di balèra, mi ha commosso con canzoni d'amore che ho impiegato molti anni a capire, mi ha affascinato nella capacità unica di descrivere la vita così com'è e lo ringrazierò per sempre per non essere morto sul palco ed essersi ritirato per anzianità come pochi sanno fare. Lo sento come un parente. Sarà che anche io ho origini appenniniche.
Davide Van de Sfroos non fa parte della schiera dei cantautori "storici" ha radici diverse ed è emerso all'onore delle cronache solo dopo il 2000. La sua produzione sconta anche la difficoltà di essere in gran parte dialettale e quindi non accessibile a tutti gli italiani attenti ai testi. Non è stato il primo in questo campo ma forse ne è uno dei massimi esponenti.
La canzone che segue inoltre affronta una molteplice difficoltà linguistica, raccontare in dialetto una tragedia accaduta negli Stati uniti e precisamente a New Orleans città di fondazione francese diventata musicalmente importante grazie agli immigrati di origine africana. Inglese, francese e ritmi jazz e soul africani raccontati in dialetto lombardo o meglio laghèe, vero meticciato.
Si tratta di una canzone d'amore sì ma una storia privata che si inserisce nella tragedia dell'uragano Katrina che nel 2005 ha distrutto la città. A favore dei non lombardi ci sarebbe da fare una sorta di traduzione ma sarei ridondante, se qualcuno ha domande le faccia. Ecco il testo:
Seet vegnuda granda giò in paluud, insèma ai cucudrill e al tò fredèll, mi hai detto che tuo padre ha tre fucili, ma urmai g'ho un coer de trenta chili e podi anca fàss sparà....
Sono davvero grato a Baglioni per il festival di Sanremo. Non ho mai particolarmente seguito IL festival e ne ricordo poche edizioni. Anche se nessun italiano può dire di esserne totalmente estraneo, un po' come al calcio. Settimana scorsa invece mi sono sinceramente appassionato perché ho trovato dei momenti di poesia davvero notevoli. Grazie quindi a chi lo ha diretto!
Nella memoria della mia adolescenza (soprattutto quella trascorsa al mare) Baglioni è ben presente. Nella memoria non liturgica di san Valentino ripropongo uno dei suoi brani più famosi incentrato sui pronomi tu ed io. Scelta semplice ma assai efficace.
Accoccolati ad ascoltare il mare quanto tempo siamo stati senza fiatare seguire il tuo profilo con un dito mentre il vento accarezzava piano il tuo vestito e tu fatta di sguardi tu
Scorrendo le canzoni che ho commentato fino ad ora mi sono sentito vecchio. Ma questo non sarebbe un problema, a me piace stare fuori dall'attualità. Solo che si corre il rischio di parlare solo per sé. Così un giovane amico che porta pazienza con me all'Oratorio mi ha suggerito qualche canzone e ho scelto questa.
Non posso parlare molto di questi due autori (anche se J-AX lo seguo da un po').
Alcune premesse: 1. siamo nel post-moderno e si mixano tanti linguaggi, storie e vocaboli di genere differente. 2. questa canzone non va solo ascoltata ma anche guardata nel video. 3. Lascio alla fine le osservazioni sul video e mi concentro sul testo. E... via!
Non sarebbe male per sempre... Io e te mangiando caramelle
La dichiarazione iniziale è il tutto della canzone ma passa quasi inosservata all'inizio. C'è chi ha voglia di volare alto,
A Lucio dalla mi sono accostato seriamente da poco. Forse ho fatto fatica a capire questa sorta di folletto geniale ironico e drammatico. Bolognese come molti altri ma capace di amare il meridione e l'America come pochi, un mix originale ed unico nel suo genere assolutamente italiano ed insieme internazionale. La canzone che segue ritorna su un tema che mi è molto caro: l'amore come salvezza.
Non capiremo mai abbastanza quanta grazia esista nascosta in un bar di periferia abitato da adolescenti sgraziati. Dopo parecchi "problemi" d'amore vorrei ritornare sulla sua forza nobilitante. Ma seguiamo il testo.
Anna come sono tante Anna permalosa Anna bello sguardo Sguardo che ogni giorno perde qualcosa
De Gregori è un altro di quei cantautori che ascolto a ripetizione come i miei ado ascoltano Gemitaiz. Ma non è la stessa cosa. Io lo ascoltavo sì quando avevo 16 anni, nel '92 o giù di lì, ma De Gregori era già un classico. Questa canzone è del 1975 quando non ero ancora nato. In partenza devo fare due premesse.
1. De Gregori è un vero poeta e spesso usa un linguaggio ermetico, sfido chiunque a parafrasare una delle sue canzoni!
2. Nel testo non compare mai la parola "amore" oggetto di questa serie di post. Qui si parla della fine di un amore, lei una sera ha lasciato lui un po' all'improvviso al termine di una discussione. E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure
Oh cari piccoli lettori, sì qualcosa rimane sempre
Cari amici, ecco a voi la canzone perfetta!
Questa la conoscono tutti. E ci mancherebbe.
Parla d'amore in un senso un po' particolare che oggi troviamo vintage. C'è stata un'epoca in cui vigeva la censura anche sulle canzoni (bei tempi) ed affrontare il tema della prostituzione era già qualcosa di ardito. Sappiamo bene che i cantautori risalgono un po' tutti all'epoca della cosiddetta rivoluzione sessuale. La canzone però è talmente pudica che fu censurata nella sua parte che prende un po' in giro i carabinieri.
Fu scritta nel lontano 1967 (50 anni!)
E' geniale il tono di De Andrè che pare non schierarsi e solo raccontare questa storiaccia vergognosa di paese, la narra però senza alcuna volgarità anzi con ironia e comicità.
Il tema non era tanto classico: il sesso come liberazione dall'ipocrisia e dalla bigotteria. Il contesto è la sua forza: l'Italia del dopoguerra. Trovo geniale la marcetta a ritmo di tamburo che fa pensare alla banda del paese che sfila per i vicoli delle varie via Roma e piazza Garibaldi. Si potrebbe dire una canzone contro il cattolicesimo scritta da un anarchico ma per me non è così. E poi cattolicesimo ed anarchia da noi convivono da due secoli. La chiamavano bocca di rosa Metteva l'amore, metteva l'amore La chiamavano bocca di rosa Metteva l'amore sopra ogni cosa
Sempre sul finire del millennio scorso salirono alla ribalta della musica pop due ragazzi giovanissimi e sconosciuti: Max Pezzali e Mauro Repetto, gli 883. Del secondo spariranno presto le tracce mentre il primo, Max, si avvierà ad un carriera fortunatissima oggi ancora non conclusa. Era la generazione di Radio DJ, Linus. Albertino, Jovanotti ecc. Li incrociavamo in via Massena o al parco Sempione nella speranza di un autografo (non c'erano ancora i cellulari per i selfies) Il primo album fece cantare tutta l'Italia con Hanno ucciso l'uomo ragno una canzone talmente semplice e bella che oggi si insegna anche alle elementari. Il loro secondo album ebbe un successo straordinario e meritato a conferma che gli 883 non sarebbero rimasti delle meteore come tanti. I fan di oggi sorrideranno a vedere un video di Max così giovane. Io di tutto l'album avevo il VHS e non so quante volte l'ho rivisto.
Tappetini nuovi, Arbre Magique Deodorante appena preso che fa molto chic
Il maestro di Pàvana ha scritto canzoni che sono una vera scuola per chiunque voglia parlar d'amore. Questa è una delle mie preferite e secondo me più tipiche della sua poetica. Introducendola nei concerti spesso diceva: apriamo la sezione "amori sfigati". Amore e dolore fanno quasi rima
Samantha è un racconto struggente che si svolge nella periferia di Milanoe parla di due adolescenti, Andrea e Samantha, appunto. Sono figli di una Milano proletaria della fine del '900. Non si parla più di lotta di classe ma di lotta per sbarcare il lunario in una quotidianità fatta di scalinate oscene, graffiti e gas di scarico...
Ecco il testo (in grassetto): Samantha scende le scale di un policentro attrezzato
comunale,
Nel Settembre 1997 all'interno del congresso eucaristico italiano al Card. Biffi riuscirono delle imprese leggendarie. Basti dire che portò a predicare insieme Giuseppe Dossetti e Luigi Giussani che all'epoca tutti (stoltamente) ritenevano avversari e che lui semplicemente riteneva due testimoni unici di amore al Signore. Ma soprattutto organizzò una serata per i giovani cui parteciparono molti cantautori che per noi cultori del pop e del rock è rimasta indimenticabile. In quella occasione Bob Dylan,
CGIL, CISL e UIL organizzano la visita di 400 ragazzi delle medie ad Aschwitz e sul treno con loro ci sono Francesco Guccini e l'Arcivescovo di Bologna.
Prima di tutto mi prende un moto di invidia. Si parlerà di certo di una di quelle canzoni che ascolto e riascolto da anni in macchina e non solo (perché dovrei smettere?).
Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento....
Non so più nemmeno a quando risalga la prima volta che ho
sentito LA canzone. Mi si è appiccicata addosso e non si è più levata. Di certo
l'ho ascoltata in macchina con Sergio all'Elba mentre ci faceva storia della
musica leggera italiana cantando lui stesso.
Ho iniziato a seguire i Nomadi quando era da poco
scomparso il loro storico leader, Augusto Daolio. Le foto lo ritraggono sempre
sul palco con la barba lunga fino all'ombelico, gli occhiali tondi e colorati,
vestito in maniera dimessa e sempre a fianco di Beppe Carletti l'altro vero
nomade. Avevano iniziato negli anni '60
ottenendo grandi successi dal sodalizio con Guccini ai primi posti nelle
classifiche. Poi
un silenzio astioso nei loro confronti da parte delle case di
distribuzione e dai grandi circuiti commerciali. Augusto e Beppe non si sono
scoraggiati a hanno continuato a cantare per le piazze d'Italia
Camminando insieme è inevitabile che si inizi ad un certo
punto a cantare. Le gambe dopo un po' prendono il ritmo e se la salita non è
esagerata anche al milanese medio resta quel po' di fiato che basta per
cantare. Prima si discute sul percorso, poi sull'attrezzatura ecc. una volta
impostato tutto, il sentiero da percorrere chiede tempo. Può essere mezz'ora,
un'ora, tre ore o più comunque sei in una situazione che stai conducendo avanti
e non hai altro da fare che andare.
La mia amica Arisa è uscita con un gran bel disco e Davidone del lago ha messo in piedi un'opera forse pretenziosa ma non male. Io mi son preso una cotta per questa coppia. Entrando in un bar una TV trasmetteva questo video e non ho resistito alla mia vecchia passione per le canzoni dell'amore sfigato come le chiamava Francesco sommo poeta.
Nonostante stanotte, nonostante la filosofia milioni di libri scritti da questo motore che è la malinconia
Rimane qualcosa di intenso, nonostante sei andato via Nonostante la gente si accontenta di quello che ha Io non mi accontento di niente, io mi accontento se tu resti qua